“Qui fu Castro” capitale di un ducato del viterbese durato 112 anni.

Papa Paolo III il 31/10/1537, con la bolla Videlicet immeriti,  istituì il ducato di Castro con annessi contea di Ronciglione e  ducato di Latera, in favore del figlio Pier Luigi e della sua primogenitura maschile, il territorio si estendeva dal lago di Bolsena al Tirreno, e poichè la città di Castro era situata in posizione strategica fu proclamata capitale. La città Castro sorgeva su una collina circondata  dal fiume Olpeta e il fosso Filonica, a 12 Km dall’odierna Farnese e a 5 Km. dal fiume Fiora. Per accedervi bisognava percorrere un ponte a due arcate. La città fu ricostruita perchè doveva diventare il  simbolo della potenza e del prestigio dei Farnese.

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Il  centro era rappresentato da Piazza Maggiore, in cui si trovava una bellissima fontana, verso cui si affacciava la Zecca e l’Hostaria,  edificio che accoglieva gli ospiti illustri del duca Farnese, attorno e nelle vicinanze si trovavano i palazzi dei cittadini più illustri. Non si sa se l’armonioso palazzo ducale fu mai costruito, tuttavia ci doveva essere una residenza del duca, i disegni del Sangallo, conservati a Firenze, presentano un’elegante reggia con un ampio balcone al piano nobile che compenetrava lo stile dei palazzi-fortezza del ’400 e le lussuose reggie del ’500. Questa città aveva il privilegio di avere strade e piazze mattonate, fatto rarissimo nel Cinquecento.

Aveva 13 chiese, la principale era il Duomo sede della diocesi dedicato a S.Savino protettore della città,la cui festa cadeva il 3 Maggio. Il santo veniva festeggiato con una giostra e un palio con corsa di cavalli tra le contrade della città nella piazza principale. La confraternita di S.Giovanni gestiva l’ospedale della città e l’omonima chiesa e quella dei frati francescani che si stabilirono con un loro convento nella seconda metà del ’500 su invito del duca Farnese.

Il Sangallo aveva progettato le mura difensive, i castrensi erano soliti ripetere con orgoglio che le loro mura si “potevano scalare solo con le ali”, e l’entrata principale con Porta Lamberta edificata come un arco di trionfo, raffigurava gli episodi gloriosi della famiglia Farnese.

Il declino della città iniziò con Ranuccio I che riempì di debiti le vuote casse del ducato. Anche con il figlio Odoardo I i debiti aumentarono, quindi per pagarli ipotecò il ducato e ottenne un prestito da papa Urbano VIII, ma i Barberini per conquistare il ducato forzavano il Farnese al fallimento, il duca reagì con le sue truppe ed ottenne un compromesso dal Papa.

Ma la fine di questo ducato sopraggiunse in seguito all’uccisione del nuovo vescovo di Castro mons.Cristoforo Giarda, avvenuta il 18/3/1649 a Monterosi.  Nominato vescovo senza che fosse informato il duca Ranuccio II Farnese, questi manifestò l’intenzione di impedire il suo ingresso nella città e perciò fu ritenuto il mandante del crimine.

Ranuccio II

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Papa Innocenzo X Pamphilj, dato che era vecchio e malandato, fu abilmente manovrato dalla famiglia Barberini e da sua cognata donna Olimpia Maidalchini nemici della famiglia Farnese tanto da dichiarare guerra al duca quindi nel mese di Settembre Castro fu assediata e a Dicembre la città fu costretta a cedere.

Dopo la firma della capitolazione le milizie pontificie cacciarono gli abitanti e distrussero la città. La sede vescovile fu trasferita ad Acquapendente, i suoi tesori artistici vennero messi all’asta o ceduti alle nobili famiglie romane.

Le campane della cattedrale ancora oggi si trovano nel campanile della chiesa di S.Agnese in piazza Navona a Roma.

Sul colle di Castro fu posta una lapide marmorea con la celebre scritta:”QUI FU CASTRO”.  Oggi la località si trova nel territorio del comune di Ischia  di Castro.

Cardinale Ercole Consalvi Brunacci : segretario di stato di Pio VII

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Nacque a Roma l’8 giugno del 1757 dal marchese Giuseppe di Tuscania (Viterbo), e da Claudia dei conti Carandini di Modena,  suo nonno Brunacci era stato adottato dai marchesi Consalvi.

Per quanto riguarda la sua origine Brunacci, é lo stesso Cardinale a ricordare nelle sue Memorie, che egli era Brunacci ed anche se Consalvi.” Storicamente si ricorda che un membro della famiglia Brunacci venne a stabilirsi a Tuscania all’inizio del 1500, come egli conferma, provenendo da Pisa, anche se realmente colui che si radicò in Toscanella veniva da Firenze, e ma che a sua volta apparteneva direttamente al ceppo della famiglia pisana”. Inoltre diceva che “Dell’antica famiglia Consalvi di Toscanella rimaneva nel 1735 superstite il solo Marchese Ercole, il quale volendo che con lui non si estinguesse quella nobile casata nel suo testamento nominava erede con vincolo di perpetua progenitura il nipote Giovanni Gregorio Brunacci figlio di una sua sorella Antonina maritata a Francesco Felice Brunacci, con l’obbligo di assumere il cognome de’ Consalvi, come in realtà il detto Gregorio fece, abbandonando il cognome Brunacci. Questo, ammogliatosi con la Marchesa Mariangela Perti, cugina del Cardinale Andrea Negroni, ebbe dal figlio Mario Giuseppe, che gli premorì, tre nipoti, Ercole (divenuto poi Cardinale di Santa Chiesa) Giovanni Domenico e Andrea.“

Alla morte del padre nel 1763, fu affidato al cardinale Andrea Negroni, il quale nel 1766 lo inviò ad Urbino a studiare grammatica, umanità e retorica nel collegio degli scolopi. Nel 1771 il Negroni fece entrare il Consalvi nel seminario-collegio di Frascati, qui studiò retorica, filosofia, matematica e teologia, ma non prese gli ordini sacri.  Evitò il passaggio automatico agli Ordini sacri tanto da accedere al Diaconato all’età di 44 anni , preferì la carriera ecclesiatico-politica piuttosto che religiosa ma che lo condusse comunque alla porpora cardinalizia.  I suoi contemporanei lo descrissero come persona affabile e fine, con una innata inclinazione verso le belle arti e uno spiccato amore per la poesia e la musica. Delicato d’animo e fedele nell’amicizia, fu apprezzato nelle corti e negli ambienti diplomatici. I suoi biografi riferiscono che era dotato d’un carattere gentilissimo, ma insieme assai determinato, al punto da apparire talora persino orgoglioso. La sua fermezza e decisione si mostrarono con chiarezza quando non esitò a resistere alle pretese di Napoleone, senza paura né cedimenti pur essendo in gioco la sua vita. E d’altronde ebbe a pagare questa sua resistenza con il carcere e l’esilio.
il Cardinale Consalvi (che non fu mai ordinato sacerdote) non si limitò ad essere un abile e fine diplomatico,  fu anche un ecclesiastico pio e fedele alle pratiche religiose (preghiere, digiuni, confessioni), pur conservando un’attitudine poco incline a rendere manifesta questa sua devozione. Una spiritualità, la sua, che si nutriva alla scuola dei “classici” del cristianesimo, con una predilezione speciale per l’Imitazione di Cristo e le opere di santa Teresa d’Avila.

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Fu un “grande politico” senza “pregiudizi teologici”

Le vicende di questo Cardinale sono legate a quelle di Napoleone, dal quale era odiatissimo per la sua fermezza e per colpa del quale fu dimesso da Segretario di Stato (egli fu, in effetti, Segretario di Stato a due riprese: dal 15 marzo 1800 al 17 giugno 1806 e poi dal 19 maggio 1814 al 20 agosto 1823). La sua geniale abilità apparve in tutta la sua grandezza al Congresso di Vienna, quando riuscì ad ottenere per lo Stato Pontificio tantissimo di quanto era stato con forza strappato dall’Imperatore Napoleone.il Consalvi nel suo ufficio di Segretario di Stato esattamente il 7 maggio 1814, che nel congresso di Vienna (1814-1815) negoziò la restituzione alla Santa Sede di quasi tutti i suoi domini temporali eccetto Avignone e il Venosino.

Ebbe qualità politiche e diplomatiche, una figura che ha svolto un ruolo di non trascurabile rilievo nella Chiesa accanto al Papa Pio VI e specialmente vicino al Papa Pio VII. Si tratta di una singolare personalità ecclesiastica, vissuta in tempi difficili e travagliati per il Successore di Pietro e per la Chiesa. Lo studioso anglicano John N.D. Kelly lo definisce “uomo di genio”.
Papa Pio VII  Barnaba Chiaramonti, già Vescovo di Imola, all’indomani della sua elezione avvenuta il 14 Marzo 1800, a Venezia, scelse come Pro- Segretario di Stato il Consalvi e il 15 agosto seguente lo creò Cardinale e quindi Segretario di Stato a pieno titolo. Si trattò indubbiamente di una scelta quanto mai opportuna, caduta su una personalità che godeva la stima e il favore di molti nella Curia. In effetti, già durante il Conclave era maturato l’orientamento da parte dei Cardinali di eleggere un Papa capace di instaurare un nuovo rapporto tra la Chiesa e l’emergente realtà politica europea segnata dai profondi mutamenti culturali e sociali scaturiti dalla Rivoluzione Francese. Quindi nessuno migliore del Cardinale Consalvi poteva aiutare il Sommo Pontefice in un compito tanto delicato e importante.

Morì ad Anzio il 24 gennaio del 1824 e ora riposa, insieme al fratello, a Roma nella prestigiosa Cappella del SS.mo Sacramento nella Chiesa di san Marcello al Corso. Egli fu certo uno stimato statista, ma negli annali della storia ecclesiastica resta soprattutto come un vero servitore del Sommo Pontefice e come un ecclesiastico animato da fede autentica e da una profonda vita interiore.

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San Bonaventura da Bagnoregio (prov.Viterbo): cardinale e dottore della Chiesa

Io son la vita di Bonaventura
da Bagnoregio, che ne’ grandi offici
sempre pospuosi la sinistra cura.
Illuminato ed Augustin son quici,
che fuor de’ primi scalzi poverelli
che nel capestro a Dio si fero amici.
(PARADISO – CANTO XII vv. 127 e segg.)

E’stato un religioso, un filosofo, teologo soprannominato “doctor seraficus”insegnò all’università di Parigi e fu amico di S.Tommaso d’Aquino.

23550CGiovanni Fidanza nacque a Civita di Bagnoregio tra il 1217 e il 1221 fu guarito da un male incurabile da S.Francesco d’Assisi quindi la madre, che era ricorsa alla sua intercessione, fece voto di consacrare il piccolo all’ordine francescano.

Sembra che il santo disse al giovane in latino BONA VENTURA per l’esito favorevole delle preghiere di guarigione.

Si recò a Parigi a studiare nella facoltà di Arti nel 1235,poi nel 1243 a Teologia.    Entrando a far parte dell’ordine dei Frati minori cambiò il suo nome in BONAVENTURA.      Nel 1253 divenne magister di teologia e conseguì la licenza per insegnare.

Nel 1257 fu eletto ministro generale dell’ordine francescano e questo incarico lo svolse con dedizione e saggezza per 17 anni. Scrisse nel 1263 la biografia Legenda major su S.Francesco e nel 1266 definì le regole dell’ordine francescano.

Nel 1271 contribuì all’elezione del piacentino Tebaldo Visconti al soglio pontificio col nome di Gregorio X, nel famoso lungo conclave che si svolse a Viterbo.

Papa Gregorio X il 3 Giugno 1273 lo consacrò Vescovo e nominò Cardinale di Albano chiedendogli di prepar are un concilio ecumenico a Lione per ristabilire la comunione tra la chiesa latina e quella greca. Svolse il suo incarico con diligenza  ma non riuscì a vederne la conclusione in quanto morì il 15 Luglio 1274. Di Lui è stato detto che fu”Uomo buono, affabile, pio e misericordioso, colmo di virtù, amato da Dio e dagli uomini…”.

Fu canonizzato da papa Sisto IV il 14 Aprile 1482, e nominato dottore della Chiesa, da un altro francescano, papa Sisto V il 14 Maggio 1588.

Dopo la ricognizione del corpo del santo, avvenuta a Lione il 14 Marzo 1490, venne estratto il braccio destro che l’anno successivo fu trasferito a Bagnoregio. Oggi il «santo braccio» che è  rimasta l’unica reliquia al mondo di san Bonaventura dopo la profanazione del suo sepolcro e la dispersione dei suoi resti eseguita dagli Ugonotti nel 1562, si trova sempre a Bagnoregio nella concattedrale di San Nicola.

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Visita pastorale di papa Benedetto XVI a Bagnoregio (e Viterbo)  il  6/9/2009 il pontefice è in preghiera di fronte alla reliquia del braccio di s. Bonaventura.

Donna Olimpia Maidalchini Pamphili: cognata di Innocenzo X e principessa di S.Martino al Cimino (VT)

Nacque a Viterbo il 26/5/1591, quarta figlia di un appaltatore viterbese il capitano Sforza e della nobildonna Vittoria Gualterio. Fu destinata dal padre al convento, insieme alle sue due sorelle,  per lasciare intatto il patrimonio all’erede maschio. Poichè la ragazza non aveva intenzione di prendere i voti, anzi era determinata ad ottenere un posto nella società, l’occasione per mettere in atto il suo piano le fu offerta quando la affidarono ad un sacerdote per la preparazione spirituale.  Lei accusò ingiustamente il poveretto di violenza carnale, perciò fu sospeso a divinis, e Olimpia costrinse il padre a trovarle marito. A 17 anni sposò il ricco viterbese Paolo Nini, molto più grande di lei, che la rese vedova tre anni dopo ereditando l’intero patrimonio.

La giovane donna non si perse d’animo ambiziosa e furba cercò di trovare un altro marito tra la nobiltà di Roma, lo individuò in Pamphilio Pamphili, nobile ma povero di 31 anni più grande di lei, che sposò il 1/11/1612.  Questi aveva un fratello Giovanni Battista avvocato della curia romana, che aveva intenzione di fare carriera ecclesiastica; lei ebbe l’intelligenza, spinta dall’ambizione, di favorire la sua ascesa  fino a farlo eleggere Papa, grazie anche al patrimonio che le aveva lasciato il primo marito

Con l’elezione di Innocenzo X, Olimpia riuscì ad esercitare una notevole influenza sul cognato tanto da diventare potente e dominatrice indiscussa presso la corte papale inoltre riuscì ad accumulare ricchezze ingenti, per questo suo ruolo importante fu chiamata la “papessa”.

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Papa Innocenzo X nel 1644 nominò cardinale il nipote, figlio di sua cognata, Camillo Francesco Maria Pamphili, ma questi tre anni dopo rinunciò alla porpora, nonostante il parere contrario della madre, per sposare il 10 febbraio 1647 Olimpia Aldobrandini, principessa di Rossano, vedova del principe Paolo Borghese ed unica erede degli Aldobrandini.   La coppia ebbe cinque figli.

Nel 1639 a Donna Olimpia Maidalchini gli morì anche il secondo marito quasi ottantenne, e a 48 anni ritorna vedova, molto ricca e sempre più ambiziosa. Suo cognato, il Papa, la nomina principessa e feudataria di S.Martino al Cimino per allontanarla da Roma.

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Nel 1655 il suo protettore, Innocenzo X morì, donna Olimpia si impadronì di tutto quello che il papa possedeva. Sembra che si appropriasse anche di due casse piene di monete d’oro  e non volle partecipare alle spese del funerale adducendo la scusa:”Che cosa può fare una povera vedova?”. Fu così che papa Innocenzo X rimase per un intero giorno in una stanzaccia, esposto al pericolo di essere rosicchiato dai topi, in attesa di essere collocato in una cassa da morto. Fu il maggiordomo del Papa Scotti a mettere di tasca sua i soldi per comprare una cassa in cui deporre il pontefice ed il canonico Segni spese 5 scudi per la sepoltura nella chiesa di S.Agnese in Agone in piazza Navona a Roma.

Il nipote Camillo ravvedutosi tardivamente, fece erigere un monumento funebre a suo zio nella suddetta chiesa.

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Donna Olimpia, visse soltanto due anni nel suo esilio dorato a S.Martino al Cimino a 6 Km da Viterbo; la peste del 1657 la portò via, come una qualsiasi mortale.
Durante la sua vita terrena fu assetata di denaro e potere e alla sua morte  lasciò agli eredi beni che raggiunsero la cifra iperbolica di due milioni di scudi.

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Pasquinate celebri sul suo conto :

CHI DICE DONNA, DICE DANNO – CHI DICE FEMMINA DICE MALANNO – CHI DICE OLIMPIA MAIDALCHINA, DICE DONNA, DANNO E ROVINA.

Fu lo stesso Pasquino a soprannominarla Pimpaccia, deformando in romanesco il titolo di una commedia assai famosa nel 1600, Pimpa, la cui protagonista era come donna Olimpia una donna furba e arrivista.

Martino IV:un papa goloso delle anguille del lago di Bolsena (Viterbo)

B_Martin_IVQuesto Papa viene ricordato più per l’appetito che per l’impegno pastorale, infatti Martino IV era così goloso che faceva morire le anguille nel buon vino della Vernaccia, affinchè fossero più saporite!

Al secolo Simon de Brie o de Brion nacque ad Andrezel in Francia nel 1210 circa e morì a Perugia il 28 Marzo 1285.
Voluto a tutti i costi sul soglio pontificio dal re di Francia Carlo d’Angiò, che intervenne indirettamente nell’ultimo conclave di Viterbo, venne eletto papa il 22 Febbraio 1281 all’unanimità e  fu incoronato ad Orvieto che con Montefiascone, località situata in prossimità del lago di Bolsena, divenne la sua residenza.

Viene ricordato da Dante nel XXIV canto del Purgatorio nella 6a cornice dei golosi vv.20-24 : “…e quella faccia/di là da lui più che l’altra trapunta/ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia/dal Torso fu,e purga per digiuno/l’anguille di Bolsena e la vernaccia”. ( …e quello poco più lontano che ha la faccia cosparsa di screpolature più di tutti gli altri, fu Papa e tesoriere della cattedrale di Tours, ora espia attraverso il digiuno l’aver mangiato troppe anguille di Bolsena e bevuto troppa vernaccia ).

Si dice che papa Martino IV quando mangiava le anguille dicesse: “Oh Santo Dio, quanto male patiamo per la Chiesa di Dio!”.

Lo scrittore Tommaseo nell’Ottocento citava un epitaffio che si diceva fosse scolpito sulla tomba di Martino IV:
“Gaudent anguillae quod mortuus hic jacet ille qui, quasi morte reas, excoriabat eas” ossia “Gioiscono le anguille perché giace qui morto colui che, quasi fossero colpevoli di morte, le scorticava”.

Ricetta : Anguille alla Vernaccia alla moda di Martino IV ingredienti: anguille del lago di Bolsena (VT)-vino-aglio-cipolla-strutto-brodo-farina-sale-pepe.       Pulire. spellare, tagliare a tocchetti le anguille e metterle a marinare nella Vernaccia. Scolare, asciugare il pesce e soffriggerlo nello strutto ( o olio) con aglio e cipolla, aggiungere qualche cucchiaiata della marinata ed eventualmente qualche mestolo di brodo. A fine cottura salare e pepare.   Servire i tocchetti di anguilla su un piatto caldo, ricoperti della loro salsa alla Vernaccia fatta addensare con un po’ di farina.

Preghiera del facchino di Santa Rosa (patrona di Viterbo)

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Rosa, profumatissimo e vivido fiore
… sbocciato dalla grigia pietra viterbese,
virtuoso esempio di profondo amore
nel breve corso della tua stagione,
cuci su questo mio bianco vestito
il niveo candore della tua purezza,
illumina con la tua invitta fede
le ombre e le luci di questa notte.
Beata Rosa, colora questa fascia
che mi cinge stretta la vita,
del rosso sangue del tuo cuore immenso,
infondi in me tutta la forza
per compiere l’impresa che mi aspetta,
rivolgimi il tuo sguardo misericordioso
e purifica la mia anima dal peccato
con ogni goccia del mio sudore.
Santa Rosa, sostieni questo impetuoso
fiume bianco di uomini devoti
fino al raggiungimento della meta,
gioisci della nostra salda unione
e di quella dell’intera tua città,
simbolo per una notte di un messaggio
di forza, di volontà e di fede
per un futuro di speranza, di solidarietà e di pace.

Romolo Tredici

La Torre di Chia e Pier Paolo Pasolini

Torre_di_ChiaPierpaolo_Pasolini_2 Pasolini si innamorò di Chia frazione di Soriano nel Cimino (VT) nella primavera del 1964, mentre stava visionando i luoghi per girare la scena del Battesimo di Gesù nel film il Vangelo secondo Matteo.

La gola del fosso Castello forma delle cascate e giochi d’acqua dominati dai resti del castello di Colle Casale con un’alta torre detta di Chia, Pasolini pensò che questo fosse lo scenario ideale per girare la scena del battesimo.

La Torre di Chia è alta 42 metri ha una originale pianta pentagonale. Insieme al Castello e ad un sistema di mura merlate di stile ghibellino, difendeva uno sperone tufaceo. La Torre di Chia, o castello di Colle Casale, che riuscì ad acquistare tre anni dopo.chia01 fileminimizer

Dentro le mura del castello, risalente al 1200 e appartenuto, nel corso dei secoli, agli Orsini, ai Lante della Rovere, ai Borghese, il terreno era stato convertito a orti e pascolo. Il progetto di restauro, affidato all’amico scenografo Dante Ferretti, è un capolavoro di integrazione nel paesaggio, una casa di pietra e di vetro mimetizzata fra le rocce e nel verde di un dirupo.

Nel 1967 Pasolini scriveva nel finale del poema autobiografico Poeta delle ceneri: “… io vorrei essere scrittore di musica, / vivere con degli strumenti / dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare,/ nel paesaggio più bello del mondo…”.

Nell’autunno del 1970 acquistò la torre, un fortilizio medioevale abbandonato, trasformandola nella sua seconda residenza. Pasolini si preoccuperà di provvedere al restauro, e vi soggiornerà spesso negli ultimi anni di vita.                                  Nei restauri della Torre si preoccupò di «rispettare il confine naturale fra la forma della costruzione e la forma della natura circostante»,lui amava questo posto, che gli amici definivano un luogo da lupi.

Costruì ai piedi della Torre una casetta con grandi vetrate, un luminoso studio e una cucina. Negli ultimi tre anni della sua vita visse sempre più spesso a Chia, lavorando ad un romanzo, Petrolio (Einaudi), rimasto incompiuto.

A Chia Pasolini dedicò alcuni ultimi versi della Nuova gioventù: usando il dialetto friulano degli esordi, «Il soreli a indora Chia / cui so roris rosa, / e i Apenìns a san di sabia cialda» (Il sole indora Chia con le sue querce rosa e gli Appennini sanno di sabbia calda). Ma i contadini di una volta non ci sono più, se ne sono andati – dice la poesia – «e là dov’erano, non resta neanche il loro silenzio»cascate02_chia.

Sul Corriere della Sera del 2 Novembre del 1975, quella che era stata una vita di creatività, passione, amore per la letteratura e il cinema, si trasformò di colpo in una drammatica notizia di cronaca: “Pier Paolo Pasolini è stato ucciso. È accaduto stanotte a Ostia, a duecento metri dal mare”.

Girolamo Fabrici (o Fabrizi) di Acquapendente (prov.di Viterbo) anatomista, chirurgo,fisiologo

Nacque ad Acquapendente in provincia di Viterbo il 20/5/1533 da una nobile e antica famiglia,  si laureò in Filosofia e Medicina nel 1559 diventando un illustre medico e chirurgo, fu allievo e successore di Falloppio nella cattedra di anatomia a Padova, qui fece costruire il teatro anatomico, inaugurato nel 1594 nel palazzo del Bo, ancora oggi ben conservato.

Si sposò a Padova con Violante Vidal, o Vitali e non ebbero figli,  un figlio naturale di nome Francesco gli nacque prima del matrimonio, la coppia abitò in via S.Francesco vicino all’omonima chiesa, qui fu sepolto dopo la sua morte avvenuta il 21/5/1619 all’età di 86 anni, accanto alla moglie deceduta l’anno precedente.       La sua eredità fu valutata sui 200.000 scudi e per sua volontà sarebbe dovuta essere, quasi tutta, destinata alla figlia del nipote Fabrizio, tuttavia sembra che altri nipoti si divisero il cospicuo capitale accelerando con il veleno la sua dipartita.

Viene ricordato per l’esatta descrizione delle valvole delle vene nel 1603, ma non seppe interpretare in modo corretto la funzione, questa cosa fu risolta dal suo allievo William Harvey.   Sebbene le  sue lezioni fossero di un elevato livello didattico, non ebbe una buona fama come insegnante poichè era scontroso, insofferente e piuttosto pigro nelle lezioni, spesso non riusciva a farsi intendere perché parlava sottovoce a causa di problemi alla laringe.

Ebbe il grande merito di aver dato vita ad una scuola di famosi medici e anatomisti tra cui Giulio Cesare Cassi, Adriaan van den Spieghel, Olaus Wormius, Caspar Bartholin e il più celebre di tutti, William Harvey, scopritore della circolazione del sangue.                                                                                                                              Fu chiamato per consulti medici da illustri potenti e principi del tempo: nel 1581  per le nozze di Margherita Farnese con Vincenzo Gonzaga,  nel 1604 curò Carlo de’Medici, figlio del Granduca Ferdinando I e Cristina di Lorena. Nel 1608 fu nominato Cavaliere di S.Marco per aver curato Paolo Sarpi.  Ebbe tra i suoi pazienti anche l’amico e collega Galileo Galilei.

Dal punto di visto scientifico diede notevoli contributi : per le sue ricerche embriologiche, fece osservazioni sulla fisiologia dei muscoli degli arti, sulla motilità della pupilla, sulla fonazione, sull’anatomia dell’utero e sul parto.

Nel campo della chirurgia va ricordato sia per la tecnica operatoria che per le preziose indicazioni sulla tracheotomia, sulla toracocentesi, sulla chirurgia uretrale e su protesi e macchine costruite a scopi ortopedici. Scrisse un trattato di patologia chirurgica nel 1617.  Famose sono le Tabulae anatomicae conservate nella Biblioteca Marciana a Venezia: sono 167 tavole, divise in 8 volumi, dipinte ad olio su carta.

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Raniero Capocci cardinale viterbese, acerrimo nemico di Federico II

Il cardinale Raniero Capocci effigiato nella sala regia del Palazzo dei Priori, a destra sopra l’architrave della porta, è nato a Viterbo tra il 1180 ed il 1190. Discendeva da una nobile famiglia viterbese che possedeva estese terre nei dintorni di Viterbo e una serie di case in città, soprattutto nelle contrade di S. Biagio e di S. Bartolomeo. Il Capocci stesso costruì a Viterbo un sontuoso palazzo che ospitò nel 1236 Gregorio IX e nel 1240 Federico II, prima di essere distrutto nel 1247. Oggi rimangono impresse nel muro due finestre bifore, a sinistra della chiesa della Visitazione in via S.Pietro.

Nella metà del secolo XIII, questa famiglia si era imparentata per via di matrimoni, con due di esse, i Gatti e gli Alessandri. Raniero entrò ancora giovane di età nel monastero cistercense dei SS. Vincenzo ed Anastasio, situato presso Roma (Tre Fontane), e di questo monastero diventò molto presto abate. Notizie precise sul suo conto si hanno a partire dal 1215 quando entrò nella cancelleria della curia e divenne notaio pontificio. L’anno seguente fu ammesso nel collegio cardinalizio, studiò retorica ed eccelse nell’ars dictandi, qualifica preziosa per la stesura delle carte diplomatiche.

Papa Innocenzo III gli affidò incarichi importanti in Francia e Spagna, poi lo nominò legato pontificio in Linguadoca per convertire gli Albigesi, nel 1219 conobbe il futuro san Domenico di Guzman i cui insegnamenti saranno una costante della sua vita.Collaborò con Onorio III, Gregorio IX, ma raggiunse una posizione di grande rilievo con Innocenzo IV, quando divenne legatodel Patrimonio di S:Pietro.  Nel 1227 esplose il conflitto tra papa Gregorio IX e Federico II  il cardinale non prese posizione, negli anni successivi invece dimostrò di essere un’accanito nemico dell’impero.Nel 1243 papa Innocenzo IV iniziò a pensare di liberarsi dell’incomoda presenza imperiale, Federico II avendo capito l’importanza strategica di Viterbo come appoggio logistico in caso di scontro contro il Papa cerco di ottenere la sua fedeltà, concedendole dei benefici e fece costruire il palazzo imperiale fortificato a ridosso delle mura.

Il cardinale Capocci ebbe l’incarico di sottomettere Viterbo con ogni mezzo, tolse l’interdetto alla città per aver ospitato l’imperatore, alimentando verso di esso una campagna diffamatoria, definendolo un anticristo, nemico della fede e del mondo cristiano, ricorse poi alle armi per occupare militarmente la città. I combattimenti durarono un mese ed i primi di Novembre 1243 le truppe imperiali furono sconfitte. Fu abbattuto il palazzo di Federico II di cui rimangono solo delle parziali fondamenta fuori le mura.

Il papa indisse un concilio a Lione nel 1245 per scomunicare e deporre l’imperatore qualora non facesse ammenda dei suoi peccati, questi non poteva accettare una simile umiliazione, quindi per far decidere i padri conciliari a deporlo furono utilizzate le argomentazioni del card.Capocci anche per giustificarsi con i fedeli e con le potenze amiche. Il cardinale aveva capito che le immagini allegoriche influenzavano il comportamento dei fedeli più dei fatti.

La linea dura e intransigente del cardinale aveva vinto, derivarono episodi di crescente gravità fino all’attentato a Federico II nella Pasqua del 1246, fino alla battaglia di Parma che pose fine alla potenza sveva. Dal canto suo il Capocci mantenne un odio per l’imperatore che andava ben oltre le invettive e gli scontri diretti, convinto di combattere una guerra giusta.                                                 Morì ad Avignone il 27/5/1250.

Domenico Tiburzi brigante, considerato il Robin Hood della Tuscia e re del Lamone

Domenico Tiburzi era uno dei briganti della nostra zona, nacque a Cellere prov.di Viterbo il 28/5/1836 da Nicola e Lucia Attili,  il suo soprannome era Domenichino perchè era basso di statura, 160 cm, ma aveva un certo fascino, fin da ragazzo fu abituato a vivere di espedienti e, a causa dell’estrema povertà in cui versava la famiglia,  ben presto si trovò nell’elenco tra i ricercati per furto, poi fu arrestato per aggressione, ma ben presto tornò libero.

Di professione pastore poi buttero, a 23 anni sposò  la sedicenne Veronica dell’Aia, una ragazza piuttosto carina che gli diede due figli, alla morte della moglie ancor giovane, avvenuta quando lui era già latitante, i figli furono affidati a dei parenti.  Durante la sua vita trascorsa da brigante riuscì a ritornare a casa per la morte del primo figlio, e  per il matrimonio e la nascita del nipote del secondo figlio.

Per circa 24 anni riuscì a restare latitante sfuggendo alla giustizia, dopo aver ucciso  il 24/10/1867 Angelo Del Bono fattore e guardiano del marchese Guglielmi, che avendolo sorpreso a tagliare l’erba nel campo del marchese, per sfamare le sue pecore, lo aveva multato di 20 lire. Il giorno successivo lo uccise scaricandogli la sua doppietta.

Tiburzi si diede alla fuga fino al 1869, poi fu arrestato e condannato a 18 anni di carcere, ai lavori forzati, da scontare nelle saline del bagno di Corneto (Tarquinia), nel 1872 riuscì ad evadere  insieme ad altri reclusi,  tornò a nascondersi nelle macchie, che conosceva molto bene  tra il lago di Bolsena, Montalto di Castro e Capalbio. Qui incontrò un altro brigante Domenico Biagini di Farnese detto il curato, perchè molto credente ed altri briganti in seguito si unirono a lui.

Come brigante si trovò a difendere in modo inconsueto i privilegi dei signori locali, facendo pagare loro “una tassa sul brigantaggio” in cambio di protezione, i soldi che prelevava li elargiva ai poveri in cambio di servizi e informazioni preziose. Disdegnava accordi con i delinquenti, implacabile con i traditori, ma fedele con gli amici, nella sua lunga carriera commise 17 omicidi per difesa o per eliminare spie.

Il 24 ottobre 1896 alle tre di notte, mentre era ospite in una casa colonica dell’amico Nazareno Franci a “le Forane” di Capalbio insieme a Fioravanti, fu tradito da un delatore e cadde sotto il fuoco di 5 carabinieri.

Tiburzi e Fioravanti erano armati di fucile a retrocarica e fucile a canne mozze, almeno una pistola a testa, oltre agli inseparabili coltelli. Fioravanti riuscì a fuggire favorito dall’oscurità.

I Carabinieri spararono sulle finestre e sulla porta sforacchiata di colpi, quando il Tiburzi uscì allo scoperto sparando e colpendo in pieno petto il Brigadiere Giudici, troppo esposto e ferendo gravemente altri due militari.
Tiburzi fu colpito alla gamba sinistra, dal Carabiniere Collechia,  caduto a terra, fece l’ultimo gesto di estrarre la pistola finendo crivellato dal fuoco degli altri militi.

Con un gesto di pietà, tipico dell’epoca, gli fu inferto il colpo di grazia alla nuca.

Un’altra versione sulla sua fine dice:  ” Gli crivellarono il corpo, già privo di vita per un colpo alla testa. Prima lo azzopparono, 3 colpi tra la gamba sx e dx, poi gli spararono in testa e poi inveirono”. Per tanti anni il brigante aveva oscurato la loro autorità.

Tiburzi fu considerato simbolo della ribellione verso una società fondata sull’ingiustizia e la sopraffazione, gli riconobbero un certo grado di altruismo e generosità, nei confronti dei poveri, dei diseredati, quindi quando il parroco di Capalbio si rifiutava di officiare il funerale perchè peccatore ed era contrario a farlo seppellire nel cimitero in terra consacrata, quindi  si arrivò ad un compromesso il corpo fu tumulato mezzo dentro e mezzo fuori, di traverso al muro di recinzione.

(Cimitero di Capalbio prov. di Grosseto).

Questi sono i 10 comandamenti che Piero Bargellini gli attribuiva :

Io sono Tiburzi, brigante maremmano.

La Maremma non avrà altro brigante al di fuori di me.
Non nominare il nome di Tiburzi invano. 
Onora i signori del luogo. 
Aiuta i disgraziati. 
Non ammazzare. 
Non rubare.
Non vedere.
Non parlare.
Non fare la spia, né ai Carabinieri di Capalbio, né al Delegato di Orbetello.
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